Nel mio archivio, la maggioranza delle creature in queste pagine hanno un nome. La mia decisione di presentarle in modo anonimo è una scelta voluta per focalizzare l'attenzione (la mia e la vostra) su un dilemma che mi ha turbato da tempo. Si dice che per salvaguardare la natura, bisogna conoscerla. E "conoscere" fin troppo spesso si riduce ad una semplice determinazione, attribuendo ogni componente ad un ordine, famiglia, genere, specie e a volte sottospecie. Ma se non fai parte già dell'elite di ricercatori e addetti ai lavori svolgendo ricerche e altre attività mirate alla salvaguardia fattiva, l'approccio "sistematico" ha qualche senso? L'atto della determinazione spesso focalizza attenzione sui dettagli più piccoli dell'animale (o pianta) in questione. La configurazione precisa dei peli microscopici sull'ultimo terzo della tibia minuscola di un coleottero minuto raccolgono in sé il significato di tutto l'animale, allo scapito degli altri aspetti della sua esistenza, che sia il suo ruolo nella trama infinitamente complessa della vita, che sia la sua capacità di incantare e affascinare per il semplice fatto di esserci, indipendentemente da noi.
Come mai noi esseri umani condividiamo quasi tutti (con l'eccezione palese dei figli adolescenti) questa frenesia per mettere tutto in ordine? Ci aiuta, forse, a credere che abbiamo il controllo della situazione? Superiori a quegli altri animali che incastriamo precariamente nei nostri alberi tassonomici fluttuanti? Sapere il nome di tutto è una soddisfazione, è rassicurante. Senza dubbio è molto più facile che affrontare le vere problematiche scomode della salvaguardia pratica, quella che va oltre i grandi concetti e belle parole per avere un effetto vero e positivo sul territorio. Insomma, se qualcosa non cambia in modo radicale, non è che rischiamo di arrivare al punto di poter dare un nome a tutto, appena in tempo per scriverlo sulla sua tomba?
Senza nulla togliere all'importanza dell'approccio sistematico quando perseguito da specialisti in ambito accademico, se adottato in modo accanito da noi "laici", mi viene il dubbio che potrebbe essere controproducente, se non addirittura dannoso, togliendo ogni cosa dal suo contesto e riducendolo al livello di un "esemplare" da collezione, che sia in forma intellettuale, fotografica, o, ahimé, materiale.
Così, nel caso soprattutto di alcuni generi di artropodi e molluschi che possono essere determinati esclusivamente attraverso lo studio anatomico microscopico, arriviamo al paradosso di una strada verso la conoscenza che passa per forza attraverso la distruzione dell'oggetto che vorremmo conoscere. Quando ci penso, mi viene spontaneo di pensare ad un bambino che distrugge un giocattolo cercando di capire come funziona. Alla fine, sì, forse ne avrà capito qualcosa, ma il giocattolo rimarrà comunque rotto e non servirà più né a lui, né a nessuno altro.
Allora, per salvaguardare la natura, bisogna conoscerla. Sarà vero? Perdonatemi, ma vorrei proporre un'altra teoria un pizzico provocatoria. Che per salvaguardare la natura, non serve necessariamente che una piccola elite conosca il nome, indirizzo e codice fiscale di ogni organismo vivente sulla Terra. E' assolutamente fondamentale invece che la maggioranza degli esseri umani imparino a rispettare, comprendere e amare la natura, che diano più importanza ad un bosco che ad un centro commerciale, al canto di un merlo dopo la pioggia che all'ultimo telefonino. Altrimenti non c'è SIC, ZPS, riserva o parco che reggerà di fronte agli interessi, l'avarizia, la meschinità, la prepotenza e spesso solo l'indifferenza degli uomini.